La coscienza

Quando mi rivolgo a mia madre uso una determinata modalità di comunicazione che rispecchia la mia buona coscienza verso di lei; quando mi rivolgo a mio padre, pur essendo sempre in una condizione di buona coscienza, uso una forma di comunicazione che funziona nella mia relazione con lui per sentirmi amata.

WCENTER 0REDADFGHZ -La buona coscienza ha una funzione basilare che è quella di tutelare il nostro posto in seno della famiglia o del gruppo a cui apparteniamo o a cui vogliamo appartenere. Essa ci spinge ad agire, pensare e comportarci così come è accettato dalla nostra famiglia o gruppo di appartenenza. Con questo agire e con questo comportamento noi consolidiamo il riconoscimento e la simpatia del gruppo. Il gruppo con noi non si sente in pericolo, bensì tutelato nella sua visione della vita e delle relazioni, si sente tutelato nelle sue opinioni, pensieri e convinzioni. Quindi può tenerci in esso, riconoscerci e amarci. Quindi la buona coscienza è come un organo di equilibrio che ci fa muovere e comportarci tenendo sempre di vista il mantenimento del giusto rapporto di equilibrio con il soggetto o gruppo con cui siamo in relazione. Percepiamo come è “giusto e bene” comportarci in un gruppo o con una persona (a cui teniamo appartenere ed essere riconosciuti) istintivamente. Questo istinto ci fa sentire bene, o in buona coscienza, se ci comportiamo in un modo che è accettato dal gruppo o dalla persona, oppure ci fa sentire male o in cattiva coscienza non appena ci allontaniamo da un comportamento ritenuto buono o accettabile da questo gruppo o persona di riferimento. La cattiva coscienza non è altro che la paura di perdere in parte, o del tutto in caso di comportamenti o fatti importanti, l’apprezzamento, l’amore e quindi il posto in quel gruppo o in relazione a quella persona.
Come detto questa coscienza cambia a seconda della persona con cui mi rapporto. Se è vero che c’è una coscienza che è riferita a tutta la famiglia nel suo complesso è vero allo stesso tempo che essa può anche cambiare con le singole persone che ne fanno parte. Faccio un esempio per spiegarmi meglio, forse banale, ma chiarisce il concetto: se per il papà va bene che il figlio mangi la merenda sul divano, questi lo farà sentendosi a posto, se ciò però non è accettato dalla madre, che anzi si arrabbia moltissimo di fronte ad un atteggiamento del genere, nel momento in cui la mamma fosse presente mentre il bambino sta facendo una cosa simile non si sentirebbe più a posto, avrebbe una cattiva coscienza. Avrebbe timore cioè della punizione, della sgridata e di perdere in qualche modo l’amore e l’accettazione della mamma.

In noi sono presenti entrambi i genitori però, quindi il bambino dovrà mediare e trovare sempre un equilibrio tra queste due coscienze. Avrà cioè sentimenti contrastanti a seconda che si trovi di fronte all’una o all’altro. Se nella loro relazione di coppia i genitori sono in accordo non ci sono grossi problemi, – mi riferisco sempre a questo semplice esempio – sul fatto che il bambino mangi la merenda sul divano o in cucina non facendo distinzione, nel bambino essi sono uniti allo stesso modo, e si sentirà bene sia in un modo che nell’altro, non avvertirà cioè alcuna tensione comportandosi in un modo o nell’altro. Se invece c’è un conflitto tra loro riguardo questo fatto, quindi un genitore accetta un comportamento mentre l’altro no, il bambino si sentirà come se in esso agiscono due differenti coscienze: quando mangerà la merenda sul divano si sentirà unito e in accordo con un genitore e separato e in disaccordo con l’altro, verso il quale avvertirà una cattiva coscienza. Anche per nei genitori agisce la buona coscienza nei confronti della propria famiglia d’origine, verso la propria madre e il proprio padre (e anche verso i propri nonni). I loro comportamenti a loro volta nascono da questa unione e lealtà con il campo di coscienza della loro famiglia di origine, anche loro agiscono così per lealtà e per non perdere il loro diritto di appartenenza, per essere accettati e amati. Tutto perfetto e al suo posto! Ci si sente a posto, in ordine, e buoni. I genitori entrano in accordo tra di loro se dicono di sì alla famiglia del proprio partner. Se dicono di sì e riconoscono le modalità, il pensiero, l’atteggiamento, la “coscienza” della famiglia del proprio partner, stanno dicendo: “ti vedo, ti accetto, ti riconosco e ti amo così come sei”. In questo modo i partner possono entrare in accordo reciproco, amarsi più pienamente e appianare la conflittualità data da due diverse coscienze. Anche i figli, in questo caso, si sentirebbero più quieti, più distesi e più ampi, meno scossi nel cercare costantemente e con fatica un equilibrio tra le due coscienze dei genitori che si rispecchiano in loro stessi. Nel caso di conflitti tra le due coscienze il figlio si divide, si sente diviso, fa fatica a sentirsi completo e non riesce a scegliere ovviamente tra le due coscienze dei genitori, perché in lui i genitori sono sempre uniti. Li ama entrambi.
E’ una realtà biologica. Infatti il 50 % dei cromosomi di cui siamo fatti vengono dalla mamma e il 50% dal papà. Nel profondo della nostra anima, e del nostro campo spirituale, li amiamo entrambi, allo stesso modo. In accordo con la coscienza della mamma o del papà ci sentiamo bene in disaccordo ci sentiamo male, e cattivi. Queste sensazioni sono immediate e nello stesso istante possiamo sentirci innocenti e colpevoli, bene e male, pensando all’uno e all’altro dei genitori. Nel subconscio e nello spirito la vita è sempre attiva e in essa agisce sempre il campo spirituale della coscienza. Quando agiamo in cattiva coscienza rispetto alla relazione con nostra madre e nostro padre ci sentiamo separati e abbiamo paura di perdere il diritto di appartenenza.. La coscienza personale varia anche a seconda dei gruppi con cui ci relazioniamo, agirà in un modo se siamo con gli amici al bar, in modo diverso se siamo nel gruppo di preghiera in chiesa, in modo ancora diverso se siamo dal parrucchiere; essa si adegua sempre alle situazioni per non perdere, in buona coscienza, il diritto di appartenenza a quel determinato gruppo.

Per sentirci in sintonia con questi gruppi quindi agiamo in buona coscienza. Quando invece agiamo in cattiva coscienza ci sentiamo immediatamente separati ed esclusi dal gruppo e in noi sale il sentimento della paura, dell’esclusione. Questa è la cattiva coscienza. Faccio un esempio, è bene vestirsi in un determinato modo quando si entra in una chiesa e nello stesso modo è bene pregare e fare silenzio. Se entrassimo in chiesa come entriamo in discoteca molto probabilmente non ci sentiremmo a posto, ci sentiremmo a disagio, in colpa, e potremmo avere paura di essere sgridati, guardati male dai presenti e dal prete o addirittura respinti. Bert Hellinger dice parlando della coscienza personale: “La coscienza personale dunque ci lega alle persone e ai gruppi, che sono importanti per il nostro benessere e per la nostra vita, ma poiché questa coscienza ci lega solo a certe persone e gruppi mentre al contempo ne esclude altri è una coscienza limitata”. “Ciò che garantisce l’appartenenza lo percepiamo come buono attraverso la buona coscienza, senza dover riflettere a lungo, senza osservarlo da una qualche distanza per distinguere se è veramente buono oppure – come può essere per altri – addirittura cattivo. Qui il cosiddetto buono viene solo sentito senza che esso venga sottoposto ad una riflessione da parte nostra. Viene sentito come buona “coscienza”.

Questo passo di Bert Hellinger spiega pienamente che la buona coscienza è una percezione immediata ed è una sensazione quasi epidermica. In una relazione sappiamo subito con questa coscienza dove ci troviamo in conseguenza ad una nostra azione. Nei bambini è immediata la sensazione, essi agiscono per la propria sopravvivenza, sempre in accordo con la buona coscienza, per sentirsi uniti alla madre e al padre, senza di loro infatti morirebbero. Crescendo entrano in relazione con altre persone e gruppi, gli amici, la scuola, la parrocchia, il gruppo sportivo e così via. Da grandi questa coscienza si farà sentire nell’ambito lavorativo, politico, religioso ecc. Bert Hellinger dice: “la coscienza personale serve alla sopravvivenza personale, la coscienza collettiva riguarda la famiglia e un intero gruppo”. A questo proposito vorrei raccontare un’esperienza che ho fatto conducendo un gruppo. Una donna mi ha chiesto di lavorare, è uscita, si è seduta accanto a me e mi ha detto: “ ho un problema, sono stata da una persona che mi ha detto che dovevo assolutamente allontanarmi da mia madre. Ora è da un anno che non parlo con mia madre. Nel frattempo è peggiorata la mia situazione lavorativa e la relazione con le persone che mi stanno accanto.” Le ho chiesto di dirmi in una sola parola come era la sua sensazione. Mi ha risposto: “mi sento in pericolo di sopravvivenza, non ho la forza di andare avanti e in qualunque direzione vado mi manca la forza”.

Ho messo in scena lei e sua mamma e le ho fatto dire : “grazie per la vita”. Ha fatto subito un gran respiro, come se improvvisamente i suoi polmoni si fossero aperti a contenere più aria. Lentamente si è poi avvicinata alla mamma, fino ad abbracciarla, inchinando il viso. Quando si è rialzata il suo sguardo era cambiato. Anche le sue sensazioni erano completamente cambiate, ora erano di liberazione, apertura, maggior ampiezza e non più di costrizione come prima. Poi le ho messo davanti LA VITA. L’ha guardata a lungo, poi le ho fatto dire: “ora me la vedo con te” si è avvicinata, le ha sorriso. Era contenta, si è sentita in contatto di nuovo con la vita.. Il sentirsi in cattiva coscienza verso la propria madre, l’averla esclusa senza più una parola, senza acconsentire a lei, l’aveva portata a sentire una profonda cattiva coscienza, separandola al contempo dalla sua stessa vita. A volte vogliamo qualcosa di diverso da ciò che vuole il gruppo, perché abbiamo esigenze diverse, in questo caso la coscienza personale ci farà sentire a disagio e in contrasto con la famiglia e la sua coscienza. La coscienza collettiva è diversa rispetto alla coscienza personale. E’ molto più potente e anche misteriosa nel modo in cui agisce. Non si fa sentire sotto forma di buona o cattiva coscienza, non mi fa avvertire buono o cattivo in relazione ai mei comportamenti. Agisce da un piano che rimane più celato e misterioso, ma allo stesso tempo la sua azione è molto potente con delle conseguenze di ampia portata sui membri della famiglia.
La funzione di questa coscienza è quella di garantire l’integrità del gruppo, della famiglia. In che senso? Nel senso che tutti quelli che appartengono o sono appartenuti alla famiglia ne fanno parte e non possono in alcun modo venirne esclusi. La coscienza collettiva o famigliare ha il compito di tenere la famiglia sempre intatta nella sua composizione. Non ammette che nessuno venga respinto, dimenticato o escluso. Anche se un suo membro ha commesso delle atrocità, ha ucciso ad esempio, la coscienza famigliare lo mantiene sempre nel senso della famiglia, contrariamente a quanto dice la coscienza personale dei suoi singoli membri. Faccio un esempio. Se in una famiglia uno zio, o il padre, uccidono una persona la reazione dei familiari, probabilmente, sarebbe di orrore, di profondo giudizio (come è logico che sia). Per non perdere la propria appartenenza alla società, al gruppo sociale in cui vive, la famiglia e i suoi famigliari potrebbero reagire disconoscendolo e allontanandolo dal proprio cuore dalla famiglia, gli toglierebbero in altri termini la sua appartenenza. Ma che conseguenze ha un allontanamento interiore simile nei confronti di un famigliare? Ha delle conseguenze di portata molto vasta, più di quello che ci si immagina. Hellinger in questa sua osservazione nelle costellazioni familiari ha fatto una scoperta epocale, di grandissima portata. In che senso? Ha scoperto che questa coscienza pur di conservare il posto a tutti i suoi membri agisce senza tutelare il benessere di altri membri. Mi spiego meglio. Sotto la spinta potente di questa coscienza se un membro della famiglia viene escluso prima o poi, anche uno o due – a volte anche più – nelle generazioni successive un altro membro verrà preso al servizio da questa coscienza. In che senso? Dovrà, costretto in qualche modo da questa coscienza, rappresentare il parente escluso. In che modo? Ripercorrendo il suo destino.

A cosa serve tutto ciò? Cioè la coscienza familiare in che modo ne beneficia? E’ una riflessione importante, ed è molto importante quello che Hellinger ha scoperto. Ne beneficia perché in questo modo la persona investita da questo ruolo ricorderà alla famiglia la persona esclusa, il suo destino, il suo dolore, le sue difficoltà. Questo rimettere in scena un membro escluso attraverso un membro della famiglia che viene dopo, anche molto tempo dopo, viene chiamato nelle costellazioni irretimento. Essere irretiti significa vivere il destino, il dolore, l’esclusione che un altro prima di noi ha vissuto in famiglia. Grazie alle costellazioni familiari questi irretimenti possono venire svelati. Le costellazioni possono offrire un grandissimo aiuto affinché una persona irretita si liberi da questo servizio, da questa identificazione, e riprenda a vivere la propria vita, libera da questo collegamento messo misteriosamente in atto dalla coscienza familiare. La coscienza familiare è una coscienza molto più potente di quella personale. E’ silenziosa, non ha una voce con cui si fa sentire come nel caso di quella personale. Non si fa sentire con una sensazione di bontà o di cattiveria, di benessere o di disagio. La sua funzione è quella di mantenere integro il gruppo famigliare. E’ animata da delle leggi ferree e incontrovertibili, che Hellinger ha chiamato le leggi dell’amore. Secondo queste leggi nessuno della famiglia può perdere la sua appartenenza, come ho appena esposto. In secondo luogo tutti hanno un posto preciso da occupare, non rispettare questo ordine di rango o di venuta comporta delle conseguenze, a volte molto gravi. La coscienza familiare – o collettiva – , non fa alcuna distinzione legata alla morale, o ciò che è giusto o considerato generalmente sbagliato, non distingue tra colpevole o innocente, tra buono o cattivo. Il suo unico obbiettivo è quello di vigilare affinché tutti gli appartenenti alla famiglia siano riconosciuti e inclusi e che gli ordini di rango o di venuta siano rispettati, tutela tutti allo stesso modo. Se un membro della famiglia viene escluso per un qualunque motivo, un altro membro paga il prezzo dell’esclusione al suo posto, vivendo esattamente come l’escluso comprese le malattie, si assume il suo destino. In un seminario Gerard Walper ha citato Bert Hellinger e ha detto: “la malattia non è qualcosa di personale. Si presenta quando un ordine viene disturbato, allora bisogna recuperare l’ordine. Se qualcuno in una famiglia viene escluso un ordine basilare della famiglia viene leso: quello cioè che ognuno ha diritto di appartenere. La malattia è al servizio di questo ordine, per poterlo recuperare, la legge che segue è: ognuno ha diritto di appartenere.”

G. Walper dice “Qui c’è un’osservazione un po’ strana: se a livello organico, se osserviamo un cancro ad esempio, il cancro si comporta come qualcosa che non è unito, è scollegato, diviso, esso conduce la propria vita dentro il nostro corpo, questa ricorda un escluso, cioè il sistema di difesa del nostro corpo non riesce a raggiungere le cellule del cancro. Allora i medici dicono che le cellule del cancro sono fredde, però di fatto sono molto più vitali di altre cellule, da qualche parte quindi ad esse manca energia. Ed è per questo che la terapia del calore aiuta. Noi qui cosa facciamo? Terapia del calore: la terapia dell’amore. Amore come calore, attraverso esso noi colleghiamo qualcosa che è stato diviso. Riesco collegare questo alle immagini che ho del livello fisiologico”. Questa è un immagine importante. Chi ha accesso a questo tipo di immagine della malattia ha lasciato del tutto da parte la paura della malattia stessa, riesce a vederla realmente, e di ciò può fare qualche cosa, può non essere impotente. Lo stesso accade se analizziamo la malattia sotto la luce delle leggi della “nuova medicina germanica”. La nostra biologia è mossa solo dall’amore e dall’inclusione, non escludendo la malattia e ciò che la muove possiamo guardarla e comprenderne la ragione più profonda.

La funzione della coscienza collettiva è quindi quella di portare alla completezza, all’inclusione di tutti i membri del gruppo al quale apparteniamo, al nostro sistema. Quindi è un movimento di amore, cioè è mossa da un’amore che volge il suo sguardo a tutti allo stesso modo, e invita tutti i membri della famiglia a guardare allo stesso modo, con amore, con uno sguardo che vede tutti, amandoli allo stesso modo. Amando chi è stato escluso, anche i morti, anche quelli che non ci sono più. Nel credo si recita: “credo alle cose visibili e invisibili”, ci siamo tutti e tutti appartengono. Quando qualcuno muore perde il proprio corpo e la vita ma non perde l’appartenenza a quella famiglia. Lui è stato parte di quella famiglia e lo sarà ancora. Tra le due coscienze esiste un bisogno di compensazione. La coscienza personale è buona o cattiva e lega o separa dalla propria famiglia. La buona coscienza instaura un sentimento di innocenza. La cattiva coscienza instaura un sentimento di colpa. Il sentimento di colpa instaura un sentimento di obbligo di compensazione. Se ho un senso di colpa immediatamente ho bisogno di compensare in qualche modo con qualcosa. Bert Hellinger ha fatto un esempio in una sua conferenza: ha detto quando due persone si incontrano si dicono: “Buongiorno” e l’altro risponde con una parola “Buongiorno” Se uno dice: “buongiorno, bella giornata oggi?” Sono tre parole. L’altro risponde con altrettante parole: “buongiorno, si bella giornata”. Questo è il bisogno di compensazione. C’è un altro modo per compensare, possiamo restituire in modo diverso. Invece di ridare qualcosa di ugual valore, ad esempio nei confronti dei genitori, noi possiamo portare qualcosa in avanti, ad esempio dando ai nostri figli, oppure ad altri. A volte il senso di colpa ci fa compensare con la sofferenza, questa si chiama compensazione ed espiazione. E’ tipico degli insegnamenti tramandati dalla chiesa cattolica, “quando facciamo un peccato dobbiamo fare una penitenza” .

Se abbiamo fatto del male a qualcuno per compensazione vogliamo soffrire anche noi, questo è un amore cieco, dopo aver sofferto ci sembra di avere diritto di avere di nuovo una buona coscienza. Questo modo di compensare ci viene insegnato sin da piccoli, quando un bambino combina una marachella in cattiva coscienza, si aspetta la punizione dei genitori. Bert Hellinger ha raccontato che i bambini in Africa ringrazino i genitori quando questi danno loro una punizione per un atto commesso. Se la punizione è giusta, anche se inizialmente può apparire un’ ingiustizia, essa da poi un buon risultato, rispetta cioè la legge della compensazione. Ci sono modi di compensare equilibrati, che portano ciò di nuovo in equilibrio la situazione, e modi non equilibrati, che non operano cioè per l’equilibrio della relazione, ma anzi la destabilizzano e la rovinano sempre più. Faccio un esempio: se una persona ha ricevuto del male può sentirsi motivata a infiggere in contropartite anche lei del male, ma in una dose maggiore, per vendicarsi. Ad esempio, possiamo notare questo in una relazione di coppia, quando pensiamo di aver subito un torto da parte del partner possiamo desiderare di restituirglielo, ma in dose maggiore. Il nostro partner, a sua volta, per compensare ce lo restituirà, anche lui in dose maggiore. Con questa modalità si instaura un meccanismo di vendetta reciproca in cui l’amore finisce, schiacciato, ferito, a volte irrimediabilmente. Non è quindi questa una compensazione volta all’amore e al suo mantenimento o ampliamento. Per una compensazione che favorisca l’amore e non il suo contrario, che sia quindi a favore della vita anche, bisogna restituire il torto subito ma in dose leggermente inferiore. In questo modo l’amore può continuare. Nella coscienza collettiva agisce lo stesso la compensazione ma in modo nascosto. L’escluso viene rappresentato da un membro del gruppo e quest’ultimo non sa che deve compensare, lo fa da innocente. L’ordine di rango invece dice che vige un ordine dato dal tempo, dall’arrivo in famiglia. Chi è nato prima viene prima.

Quando disubbidiamo all’ordine di rango diventiamo deboli e perdiamo il nostro centro e diventiamo arroganti, ci poniamo cioè al di sopra di qualcuno che è nato anche solo un giorno prima di noi. Siamo senza rispetto. Ma appena ritroviamo il nostro posto, e tutti ne abbiamo uno, ci ricolleghiamo con il nostro centro e ritroviamo la nostra forza. E questo accade in tutte le relazioni, nella nostra famiglia come negli altri gruppi a cui apparteniamo, ad esempio nell’ambiente di lavoro. Perdiamo forza anche quando scivoliamo indietro rispetto il nostro posto, quando ad esempio ci facciamo più piccoli rispetto ai nostri figli, in questo caso anche loro perdono il loro centro, perdono la loro guida forte. Perdiamo la forza quando compensiamo con la nostra buona coscienza verso il meno o verso il più. In tutti questi casi di arroghiamo un diritto che non è nostro, vogliamo diventare Dio. Con le costellazioni familiari possiamo ritrovare il nostro posto e il nostro centro e lasciare agli altri del nostro sistema il loro. La coscienza dello spirito è la coscienza dell’universo che muove tutto in modo creativo, noi stiamo bene e viviamo bene se siamo in sintonia con esso. Se non siamo in sintonia con questo movimento, se tentiamo di sottrarci ad esso sentiamo un disagio che è paragonabile alla sensazione che ci appare nella buona e nella cattiva coscienza. Se siamo in sintonia con il movimento dello spirito ci sentiamo bene, altrimenti ci sentiamo male.

Esistono tre tipi di coscienza: la coscienza personale, la coscienza collettiva e la coscienza dello spirito. Tutte fanno parte di noi e agiscono nel nostro campo, sono campi spirituali. Parlando della coscienza spirituale di ogni individuo, possiamo dividerla in due tipologie, la buona coscienza e la cattiva coscienza. I limiti e i confini di questa distinzione sono definiti in modo diverso a seconda dell’individuo, le linee generali sono simili per tutti, faccio un esempio: è difficile che rubare sia una buona coscienza per una persona e una cattiva coscienza per una altra, anche se non è detto che sia sempre così. Per esempio la buona coscienza personale, nell’ambito della famiglia agisce così:

Questo movimento dello spirito ci da la sensazione di essere tutti uniti e uniti a tutto, è il movimento di attenzione a tutto così com’è. La cattiva coscienza di spirito la sentiamo come un inquietudine, come un blocco mentale, non siamo più in grado di orientarci e ci sentiamo senza forza. Quando abbiamo una cattiva coscienza dello spirito? Quando ci allontaniamo da esso; e ci allontaniamo da esso quando non accogliamo l’altro così com’è e quindi ci separiamo dall’amore dello spirito, e ci sentiamo una cattiva coscienza spirituale. Come nella coscienza personale, anche nella coscienza dello spirito la cattiva coscienza è al servizio della buona coscienza e quindi avvicinandosi all’amore per tutto e per tutti ci sentiamo di nuovo in unione con l’universo e lo spirito, e quindi in buona coscienza.

Riflessioni

Noi viviamo in un universo assolutamente perfetto che sottostà a regole perfette, la creazione ha una geometria cosmica perfetta e matematicamente perfetta, volta verso tutto e tutti allo stesso modo poiché dove qualcosa si sposta in una direzione da un ‘altra parte avviene un movimento sinergico. Noi siamo qualcosa di più del nostro corpo fisico, c’è una parte più grande fatta di spirito, fatta di energia che è l’essenza di ciò che noi siamo. Tutto ciò che è presente è uno specchio del passato; presente in noi poiché lo è stato nel passato della nostra famiglia, o se vogliamo nelle nostre personalità passate o vite precedenti. Dobbiamo essere coscienti che questo vissuto sta scorrendo in questo corpo fisico ma c’è una sorta di dualità in noi, da un lato lo spirito ci porta da un punto ad un altro in un divenire, dall’altra la parte fisica ci permette di vivere la vita così com’è nel qui ed ora. Dobbiamo avere la consapevolezza che l’unione di queste due parti rappresenta quello che si può definire come “IO SONO” e questo è il passo decisivo, perchè in questo modo possiamo percepire entrambe queste parti, noi possiamo avere la sensazione della nostra essenza e possiamo sentire ugualmente le cose proprie della forma umana che sono quelle fisiche che passano nel nostro corpo. Inoltre abbiamo la possibilità di percepire ciò che ci circonda e se superiamo il livello della coscienza e smettiamo di giudicare e di condannare, possiamo incominciare ad apprezzare e comprendere ciò che ci circonda.

Comprendendolo nasce una nuova sensazione dentro di noi, una spinta interiore che se accolta proviamo l’esperienza di andare verso nuove vie , in un divenire di sensazioni. Se abbiamo fede e crediamo nelle leggi dell’universo aver guardato in quella nuova direzione ci dà la certezza che qualcosa cambia, ci vengono dati con amore degli imput che rispondono alla frase della bibbia “chiedete e vi sarà dato” . Perciò Lo spirito, la fonte di questa creazione che è in noi, ci darà tutti gli strumenti per poter realizzare ciò che desideriamo, se saremo fiduciosi nell’ accettare ciò che ci viene dato così com’è e poter quindi prendere questo dono e andare avanti verso un passo importante che ci permetta di realizzare ciò che noi siamo , in unione con corpo, mente e spirito. Per raggiungere questo punto non dobbiamo prefigurarci un modo per ottenerlo , ci basta accogliere il movimento così come ci viene dato e restare aperti. Non c’è nulla da dover fare dobbiamo solo accogliere e guardare con amore, il nostro Se’ superiore sa che noi possiamo, se seguiamo le sensazioni dello spirito, realizzare pienamente ciò che veramente noi siamo : cioè delle persone complete e diverse da ogni altra, persone uniche e nel rispetto degli altri.

Chi ci guida verso la giusta direzione? Il nostro sistema di guida sono le emozioni esse ci dicono: quando andiamo nella direzione giusta in sintonia con l’universo ci sentiamo bene, abbiamo buone emozioni, quando invece ci allontaniamo e andiamo “contro corrente” stiamo male, abbiamo cattive emozioni. Così noi attraverso le emozioni possiamo verificare dove stiamo andando. In questo modo sappiamo se ci stiamo permettendo il cambiamento o ce lo stiamo impedendo, talvolta per arrivare in una nuova direzione dobbiamo fare i conti con le nostre resistenze che sono i nostri preconcetti e pregiudizi, solo se lasciamo andare la corrente verso la giusta direzione, ringraziando per quel che si ha, ma chiedendo e desiderando anche una vita più soddisfacente e gioiosa, entriamo in una giusta vibrazione e la direzione imboccata andrà verso la fonte che sta guidando il tutto,ella ci ama ed è guidata da un amore che guarda tutti poiché essa è anche parte di noi. E noi abbiamo il nostro posto nell’Universo e possiamo espanderci in esso.